martedì 14 giugno 2022
LA CITTA' E LA PAURA
Abbiamo avuto paura e ci siamo chiusi. Lockdown.
Ci siamo detti: tutti fermi, serriamo le nostre porte, tutti al sicuro.
E adesso veniamo da mesi in cui la paura ha comprensibilmente dominato l’orizzonte di ogni emozione umana. E osserviamo che il paradigma della sicurezza e del controllo – quindi il potere – sta modificando la città. Così come i territori contemporanei. Sempre più i luoghi della nostra vita associata, le città, si trasformano in “arcipelaghi” ed “enclavi”, isole sicure nelle quali il controllo e l’ordine rigoroso garantiscono l’armonia. Come? Tenendo fuori la paura. Con leggi e mura. Con uno stato di eccezione.
Il muro è l’archetipo. È fondazione. Senza mura non c’è casa, non c’è città.
Dai geroglifici osserviamo che il simbolo della città era una croce (le strade che si intersecavano) racchiusa in un cerchio (le mura che le recingevano).
Ma il muro è anche la fine della visione, l’ostacolo all’orizzonte.
Nell’antichità greca, come in quella romana, il muro assume un significato sociale: chi non aveva una casa tutta sua non poteva essere considerato degno di partecipare alle cose e agli affari del “mondo”.
Le mura come discriminanti.
Ma le mura sono sopravvissute per millenni. A segnare i contrastanti sentimenti verso le migrazioni o le invasioni per esempio. O più semplicemente ad escludere, non importa cosa o chi.
Unica eccezione Livio Druso. Si era fatto costruire una casa trasparente, ben esposta alla vista dei vicini e dei passanti affinché tutti potessero vedere cosa stesse succedendo al suo interno. Per Plutarco un politico doveva avere una vita specchiata e trasparente, parca, moderata, non abusare del potere raggiunto per conseguire vantaggi per sé, per i parenti e gli amici, la sua attività e militanza dovevano essere un puro e semplice servizio a vantaggio della comunità. Un episodio verificatosi molto tempo fa, quando le case erano quasi tutte “chiuse” all’esterno. Insomma in maniera non molto dissimile da quanto accade ora in Italia. Forse proprio per questo si avverte il bisogno di guardare dentro.
I muri che l’Ottocento – allorquando l’ascesi si era già trasferita da dentro le mura – con l’invenzione dell’elettricità dotò di un nuovo ruolo, come ospiti di segni luminosi ed evocativi, tanto da far affermare a Victor Hugo:
“là, dove non ci sono chiese, allora guardo le insegne”.
Il Novecento – violento – li ha sostituiti con il filo spinato.
La fine del Novecento li ha rimpiazzati con tecniche più leggere di controllo dello spazio, attraverso dispositivi più furtivi che tracciano confini immateriali. Non di pietra, legno o metallo, ma di luce, onde e vibrazioni invisibili.
Il sogno dell’Europa Unita si è materializzato nella trasparenza della sede del Parlamento Europeo.
Si creano “città- fortezza” per benestanti, una sorta di apartheid urbano entro il quale lo spazio è messo “in sicurezza” con il monitoraggio, guardie, alti muri e blindature. Le “città di quarzo”, luoghi dove non c’è paura. Apparentemente. Perché è soltanto una fantasia, l’illusione di una raggiunta incolumità, un riparo sicuro che sicuro non è.
La paura c’è sempre stata, esiste da sempre, pervade il nostro mondo da quando esiste l’uomo. La paura ha attraversato tutta la nostra storia: paura del virus, della malattia, dell’altro, della carestia, del nemico, dell’infedele, del vicino, del lontano… Paura di se stessi.
La sicurezza è sempre stata anche una retorica: c’è sempre stata una porta (o un ponte…).
La paura, come la lebbra, la peste, il colera, il covid, ha sempre portato con sé specifiche domande di esclusione. E un desiderio di inclusione.
L’abbiamo vista per la prima volta sulle mura della città antica, su possenti fortificazioni, una paura che si rivolgeva all’esterno, per paura di ciò che era fuori.
E via via – nel corso dei millenni – fino a convincerci che dentro la città non eravamo soli, le nostre abitazioni erano sicure, ben vigilate.
La fiducia nel futuro ha sempre fatto leva sulla paura, la paura positiva che allerta tutti i sensi per superare gli ostacoli.
Dal dopoguerra la città non è più il luogo dove si ha meno paura rispetto a fuori: non abbiamo bisogno di mura e di limiti, viviamo fascino e terrore insieme indipendentemente da essi.
E la progettazione urbana ha recepito tutto questo. Iniziò tutto con la famosa Glass House costruita nel 1949 da Philip Johnson in un bosco del Connecticut.
Negli anni Settanta, l’artista americano Gordon Matta-Clark proponeva di “togliere spessore al muro”: con la sua anarchitettura, ovvero architettura anarchica, andando in giro per gli Stati Uniti a tagliare edifici, bucare spazi domestici e industriali, in qualche modo sovvertendo l’ordine repressivo dello spazio così come il potere e la gerarchia lo rappresentava, dimostrando la comunicazione tra il dentro e il fuori in maniera traumatica. Ora le case di vetro negli States spuntano qua e là nei centri urbani.
E nell’era digitale, la dicotomia esclusione/inclusione non sembra avere senso.
Almeno non quel senso.
Attraverso il PNRR e la ridistribuzione delle risorse per la ripresa, con la Rigenerazione Urbana, Città e Territorio tenderanno a fondersi, includersi, definitivamente.
La riconnessione con la natura, attraverso un’architettura partecipata, un’architettura di ascolto delle comunità, dovrà tendere ad un approccio sostenibile nella costruzione del paesaggio urbano, rigenerando le città nel transito verso l’ecosistema.
Però, in fondo, il mondo che verrà dopo il virus assomiglierà molto a quello di prima. Tutto cambierà, ma forse nulla sarà cambiato. Questo perché dalla prospettiva del nostro attuale presente non è il futuro a essere incerto, bensì il passato.
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